Immagina di entrare in una stanza piena di voci, passi, oggetti che si muovono, e di non poter contare sulla vista per interpretare tutto ciò che succede. Questo è ciò che vivono quotidianamente milioni di persone cieche o ipovedenti. Ma con piccoli gesti, con parole semplici ma potenti, si può costruire un ponte verso un’interazione autentica, rispettosa e profondamente umana.
Il potere di un semplice “Ciao”
Dire “Ciao” non è solo un saluto. Per chi non vede, è un faro nella nebbia. È il segnale che ci dice: “Sono qui, ti vedo, ti riconosco”. Capita spesso, a noi ciechi, di non sapere se qualcuno si stia rivolgendo a noi, specialmente in luoghi affollati o caotici. Un saluto detto a voce alta, rivolto direttamente, può cambiare tutto. È l’equivalente di uno sguardo, di un sorriso visivo. È accoglienza.
Presentati con la voce: chi sei?
Per chi vede, riconoscere qualcuno è spesso questione di un attimo: un volto, un abito, una postura. Ma per noi ciechi, la voce è la chiave. E non sempre basta. Perché se non ci dici chi sei, noi non possiamo sapere con chi stiamo parlando. Quando ti presenti dicendo: “Ciao, sono Luca, il tuo fisioterapista” o “Ciao, sono Laura, ci siamo conosciuti ieri al corso”, stai facendo molto di più di una semplice presentazione. Stai offrendo contesto, sicurezza, orientamento. Stai creando una relazione vera.
La voce non sempre basta: aiutaci a riconoscerti
Una delle esperienze più imbarazzanti per noi ciechi è non riconoscere una voce familiare. Succede. Anche se quella voce la conosciamo bene, può essere distorta dai rumori dell’ambiente, dalla confusione, dalle distrazioni. È frustrante. E a volte lo è anche per chi ci parla. Ma se aggiungi una piccola frase, tutto diventa più semplice: “Ciao Vabax, sono Marco, ci siamo incontrati all’evento di sabato.” Quella frase è come un abbraccio: ci dice che ci capisci, che vuoi metterci a nostro agio.
Non essere una presenza silenziosa: fa paura
Ti è mai capitato di sentire qualcuno vicino, ma non sapere chi è, cosa vuole, perché è lì? A noi ciechi succede spesso. E non è solo fastidioso, è destabilizzante. L’assenza di segnali vocali può farci sentire esposti, vulnerabili. Non possiamo leggere il linguaggio del corpo, non possiamo interpretare uno sguardo o un gesto. Un semplice “Ciao, sono qui con te” può trasformare quella sensazione di ansia in un momento di normalità.
I gesti devono essere annunciati: spiegaci cosa stai facendo
Molte volte ci capita che qualcuno ci porga la mano per stringerla… ma noi non lo sappiamo. E restiamo lì, immobili, senza ricambiare. Non perché siamo maleducati, ma perché non abbiamo visto quel gesto. Il risultato? Imbarazzo, da entrambe le parti. Allora, se vuoi stringerci la mano, basta dire: “Ti sto porgendo la mano, posso stringertela?”. È una frase semplice, ma che cambia tutto. Ci mette sullo stesso piano, ci rende partecipi.
Non andartene senza dire nulla
Questa è forse una delle situazioni più assurde ma comuni. Tu vai via, ma non lo dici. E noi continuiamo a parlare… con il vuoto. Ci è successo a tutti, e fa male. Non solo ci si sente sciocchi, ma si perde anche fiducia in quell’interazione. Dire “Ti saluto, devo andare” è rispetto. È chiusura. È presenza anche nel congedo.
Non è solo difficile per noi: lo è anche per voi
Ecco una verità che spesso non si dice: non è facile nemmeno per chi ci sta davanti. Non tutti sanno come comportarsi con una persona cieca. E va bene così. Non c’è da vergognarsi se si sbaglia. Ciò che conta è voler imparare, voler capire. Perché l’inclusione non nasce dalla perfezione, ma dall’ascolto reciproco. Dalla volontà di incontrarsi, anche se su strade diverse.
Per concludere
Essere ciechi non cambia chi siamo. Cambia solo il modo in cui ci muoviamo nel mondo. E quel mondo può diventare un posto più umano se ciascuno, con gesti semplici e parole autentiche, decide di renderlo accessibile.
Dire “Ciao”, presentarsi, spiegare i propri gesti, salutare alla fine… non sono accorgimenti speciali. Sono atti di umanità. Sono la base per un dialogo vero, per un’inclusione che non sia fatta di slogan, ma di realtà.
“Perché l’inclusione non è un favore. È un diritto. È una forma di amore.”
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