
Disabilità. Inclusione. Accessibilità.
Tre parole che oggi sembrano ovunque.
Le troviamo nei titoli delle conferenze, nei post sponsorizzati, nei piani strategici delle aziende, nei comunicati delle istituzioni.
Ma fuori da quelle parole, la realtà è ben diversa.
Perché quando ti guardi intorno, l’inclusione vera quasi non esiste.
Perché l’accessibilità non viene progettata, viene giustificata.
Perché la disabilità viene ancora trattata come una condizione da compatire, da accogliere, da tollerare. Non come una parte naturale della società.
Che cos’è, davvero, la disabilità?
La disabilità non è un limite dell’individuo.
È una frizione tra la persona e l’ambiente che lo circonda.
Una persona cieca non è “meno”.
Una persona sorda non è “in difetto”.
Una persona in carrozzina non è “bloccata”.
È il mondo ad essere stato progettato male.
Con un solo tipo di corpo, un solo tipo di mente, un solo tipo di esperienza in mente.
La disabilità è solo una condizione fisica, sensoriale o cognitiva che ci porta a interagire con il mondo in modo diverso. Ma non ci rende diversi dentro.
Siamo persone. Abbiamo desideri, sogni, idee, talento. Proprio come chiunque altro.
Eppure veniamo esclusi. Ogni giorno.
L’accessibilità è una parola abusata
Oggi tutti dicono di “includere”. Tutti dicono che “l’accessibilità è importante”.
Ma poi, nella pratica, succede questo:
- Il sito web è “inclusivo”, ma i pulsanti non hanno etichette, e i lettori di schermo non riescono nemmeno a navigare.
- L’evento è “aperto a tutti”, ma non c’è una rampa, e il palco è raggiungibile solo con le scale.
- L’azienda si vanta del suo “codice etico”, ma i documenti PDF non sono accessibili, e i video non hanno sottotitoli.
- La scuola è “per tutti”, ma il libro è pieno di grafici non descritti, e lo studente cieco è lasciato solo.
E poi arrivano le frasi.
Quelle frasi vuote, usate per salvare la faccia:
- “Avete una forza incredibile.”
- “Anche voi potete fare molto.”
- “Siete un esempio.”
- “Abbiamo fatto il possibile.”
- “Ci dispiace, ma non è previsto per ora.”
Non sono complimenti. Sono alibi.
Sono il modo più gentile di dire: “Non vi abbiamo considerati”.
Una storia come tante
Un ragazzo non vedente vuole iscriversi a un corso online.
Va sul sito. Il form è pieno di caselle senza etichetta. Il pulsante “Invia” non ha nome. Non sa nemmeno se ha completato la procedura.
Scrive agli organizzatori. Nessuna risposta.
Il risultato? Non partecipa.
Non perché non fosse capace.
Non perché non fosse pronto.
Ma perché nessuno ha pensato che potesse esserci anche lui.
Ecco cos’è l’esclusione oggi: assenza. Invisibilità. Omissione.
Includere non è un favore: è una responsabilità
L’inclusione non è fare un’eccezione.
Non è accogliere “anche chi è diverso”.
Non è commuoversi davanti a una storia di coraggio.
Includere è prevedere. È progettare per tutti.
Vuol dire:
- pensare fin dall’inizio alla varietà umana;
- rendere accessibili i contenuti digitali;
- costruire ambienti fisici inclusivi;
- comunicare in modo chiaro, semplice, universale.
Quando l’inclusione funziona, non te ne accorgi nemmeno.
Perché tutto scorre. Tutto funziona. Per chiunque.
Il diritto all’accessibilità è sancito dalla legge
In Italia, la legge Stanca (L. 4/2004) obbliga le pubbliche amministrazioni e molti soggetti privati a garantire l’accessibilità dei loro servizi digitali.
A livello europeo, il European Accessibility Act impone standard simili entro il 2025.
Eppure, quante istituzioni rispettano davvero questi criteri?
Pochissime.
La legge c’è. I mezzi ci sono.
Manca solo la volontà.
Non vogliamo essere lodati. Vogliamo essere considerati.
Le persone con disabilità non vogliono sentirsi dire “bravo” per aver fatto la spesa, per aver preso un treno, per aver parlato in pubblico.
Non sono eroi. Sono cittadini.
Non vogliono essere celebrati una volta l’anno.
Vogliono esserci sempre, come tutti.
Non chiedono premi, attenzioni speciali o copertine.
Chiedono rispetto. Accesso. Uguaglianza.
E soprattutto: chiedono normalità.
Quando si esclude, si perde tutti
Una società che esclude non è solo ingiusta.
È povera.
Perché perde talenti. Idee. Prospettive. Innovazione.
La diversità non è un problema da gestire.
È una risorsa da valorizzare.
Un sito accessibile non è solo per ciechi.
Un contenuto chiaro non è solo per dislessici.
Una rampa non è solo per chi è in carrozzina.
Tutti ne beneficiano. Sempre.
Cosa puoi fare tu, adesso?
Se hai letto fin qui, non restare fermo.
Agisci. Anche nel tuo piccolo.
- Hai un sito? Fallo testare da una persona con disabilità visiva.
- Scrivi un documento? Verifica che sia leggibile anche da chi usa un lettore di schermo.
- Organizzi un evento? Assicurati che sia accessibile anche a chi non cammina o non vede.
- Sei un insegnante? Non dare per scontato nulla.
Non aspettare di avere un problema. Progetta pensando già a tutti.
L’inclusione vera non ha bisogno di slogan
L’inclusione vera non fa rumore.
Non si fotografa. Non si applaude.
È quella che accade quando nessuno viene dimenticato.
Quando nessuno deve chiedere, lottare, insistere per esserci.
Quando una persona cieca può entrare, leggere, parlare, partecipare
senza dover ringraziare.
Allora sì, quello è un mondo davvero civile.
Un mondo che non fa favori. Fa spazio.
Nota finale dell’autore
Questo articolo non vuole accusare nessuno, né creare polemiche.
Ma vuole fare una cosa semplice, necessaria e troppo spesso rimandata: dire le cose come stanno.Quella che hai letto non è una provocazione. È la realtà nuda e cruda.
Ho scritto queste parole perché l’inclusione non si ottiene con i discorsi, ma con il coraggio di guardare in faccia le contraddizioni, le ipocrisie e le omissioni che ci circondano.Anche se a volte il tono può sembrare duro, c’è dentro tanta speranza.
Perché io credo ancora che si possa cambiare. Che si debba cambiare.
Ma il cambiamento, quello vero, inizia solo quando qualcuno ha il coraggio di dire: così non va bene.Vabax
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