Oggi, 2 ottobre compio 18 anni.
Per molti questo giorno segna un passaggio formale: si diventa adulti, si ottiene il diritto di voto, si può firmare con la propria responsabilità e si conquista più libertà. Per me, però, la maggiore età non è soltanto un atto burocratico. È un momento che racchiude anni di esperienze, ricordi e sfide che mi hanno portato fino a qui.
Uno sguardo al passato
La mia infanzia non è stata come quella di tanti altri bambini. Sono cresciuto tra corridoi di ospedali, luci fredde, attese interminabili e interventi chirurgici. Il glaucoma congenito mi ha accompagnato fin dalla nascita, costringendomi a vivere con l’attenzione sempre rivolta alla prossima visita, al prossimo ricovero, alla speranza che un’operazione potesse fermare la malattia.
Ricordo l’odore pungente del disinfettante, i passi dei medici nei corridoi, e la sensazione di essere troppo piccolo per comprendere parole troppo grandi: “rischio”, “complicazioni”, “perdita della vista”. Ogni intervento era un misto di fiducia e paura, un tentativo di proteggere ciò che stava lentamente svanendo.
E poi, a otto anni, quella luce si è spenta del tutto. Ho perso la vista.
La mia famiglia, la mia forza
In quel periodo buio, la mia famiglia è stata il mio faro.
Sono sempre stati presenti, in ogni attesa, in ogni corsia d’ospedale, in ogni lacrima. Non è stato facile: li ho costretti a vivere un dolore che non avrebbero mai dovuto affrontare, a sopportare paure e incertezze più grandi di loro. Eppure non hanno mai smesso di crederci, non hanno mai fatto un passo indietro.
Abbiamo pianto insieme, ma abbiamo anche imparato a rialzarci insieme. La loro forza è diventata la mia forza. Se oggi sono arrivato fino a qui, è perché dietro c’era una famiglia pronta a sostenermi in ogni momento, a non lasciarmi mai solo, a mostrarmi che l’amore vero resiste a tutto.
L’infanzia e la trasformazione
Quel momento ha segnato una frattura nella mia vita. Prima c’era il bambino che vedeva i colori, i volti, i paesaggi. Dopo, c’era il bambino che doveva imparare a ricostruire il mondo con altri sensi e nuove regole.
Non è stato facile. Alcuni amici si sono allontanati, incapaci di capire. Altri, invece, sono rimasti accanto a me e hanno reso quel periodo meno duro: erano lì non per compatirmi, ma per condividere giochi, risate e momenti. Mi hanno dimostrato che l’amicizia vera non ha bisogno di vedere, ma di sentire.
In quel passaggio ho compreso che perdere la vista non significava smettere di vivere, ma imparare a vivere in un modo diverso.
L’adolescenza e le nuove sfide
La scuola è stata una nuova montagna da scalare. I libri non erano sempre accessibili, i compiti richiedevano più impegno e la tecnologia diventava indispensabile. Ma dietro a ogni difficoltà c’era anche una scoperta: gli strumenti digitali potevano abbattere barriere, la scrittura poteva dare voce ai miei pensieri, la determinazione poteva compensare ciò che mancava.
Ho visto amicizie spegnersi e altre nascere. Alcune relazioni non hanno retto al tempo o alle differenze, ma altre si sono rivelate solide e fondamentali, diventando il mio sostegno nei momenti più difficili. Poche, ma autentiche.
Oggi, a 18 anni
Non guardo soltanto al numero sulla carta d’identità. Guardo al cammino che mi ha portato fino qui. Sono arrivato ai 18 anni con una consapevolezza che non tutti hanno alla mia età: so cosa significa affrontare la malattia, so cosa vuol dire perdere qualcosa di prezioso e imparare a riorganizzare la propria vita, so che le cicatrici non sono solo ferite, ma segni di resilienza.
Diventare maggiorenne, per me, è come guardare indietro e vedere un sentiero pieno di curve, salite e ostacoli, ma anche di panorami inaspettati e incontri preziosi. È sapere che ogni passo, anche il più faticoso, ha avuto un senso.
Non è solo una festa
Il mio 18° compleanno non è soltanto un’occasione per brindare. È un momento per fermarmi a riflettere: sugli ospedali che mi hanno accolto, sugli amici che sono rimasti, sui sacrifici che mi hanno formato.
Non posso dire che sia stato facile, ma posso dire che ne è valsa la pena. Perché oggi mi sento più forte, più consapevole e più pronto ad affrontare ciò che verrà.
La consapevolezza come regalo
Se c’è un dono che questo percorso mi ha lasciato, è la consapevolezza. La consapevolezza che la cecità non è una fine, ma un modo diverso di percepire il mondo. Che le difficoltà non definiscono chi sei, ma ti aiutano a scoprire chi vuoi diventare. Che le vere amicizie non si misurano in quantità, ma nella qualità di chi resta.
Oggi, a 18 anni, porto con me tutto questo. E forse è il regalo più grande che potessi ricevere.
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