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  • Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità 2025: un invito a costruire inclusione reale

    Il 3 dicembre celebriamo la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite per promuovere consapevolezza, diritti e partecipazione piena nella società.

    Non è una data simbolica da segnare sul calendario: è un momento per guardarci intorno — e dentro — e chiederci quanto la nostra comunità, online e offline, sia davvero inclusiva. E quanto lavoro resta ancora da fare.

    Perché questa Giornata conta davvero

    La disabilità non riguarda una minoranza: riguarda tutti noi.
    Ogni giorno milioni di persone si scontrano con barriere che chi non le vive può facilmente ignorare: ostacoli digitali, architettonici, comunicativi, culturali.

    Il cuore della ricorrenza è proprio questo:

    • riconoscere il valore della persona, oltre ogni etichetta;
    • rimuovere barriere visibili e invisibili;
    • garantire pari accesso alle opportunità;
    • progettare spazi — digitali e fisici — inclusivi fin dall’inizio.

    L’inclusione non è cortesia.
    È un diritto. Ed è un investimento che rende la nostra società più moderna, efficiente e profondamente umana.

    Il tema 2025: costruire società inclusive

    Il tema scelto per il 2025 invita istituzioni, aziende, scuole, creator digitali e cittadini a sostenere una crescita che non lasci indietro nessuno.

    L’obiettivo è semplice e ambizioso: trasformare i principi dell’accessibilità in pratica quotidiana, nelle piattaforme online, nei servizi pubblici, nei luoghi di lavoro, nei contenuti digitali e nei media.

    Una novità importante in Italia: nasce il Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità

    L’Italia ha compiuto un passo decisivo: con il Decreto legislativo 5 febbraio 2024, n. 20 è stata istituita l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, operativa dal 1° gennaio 2025.

    Questo nuovo organismo:

    • vigila sul rispetto dei diritti previsti dalla normativa italiana e internazionale;
    • interviene contro discriminazioni, esclusioni e rifiuti di accomodamenti ragionevoli;
    • può ricevere segnalazioni da cittadini, associazioni e familiari, verificare situazioni critiche e proporre interventi correttivi presso enti e amministrazioni.

    In altre parole: parlare di inclusione non è più solo una dichiarazione di intenti.
    Ora esiste un’autorità che può garantire, con poteri concreti, protezione ed equità reale.

    Accessibilità e tutela: due aspetti inseparabili

    Creare un mondo accessibile significa:

    • progettare siti, app e strumenti digitali utilizzabili da tutti;
    • rendere istruzione e lavoro accessibili tramite strumenti e percorsi personalizzati;
    • eliminare le barriere architettoniche negli spazi pubblici;
    • promuovere una cultura che consideri la disabilità come una delle tante caratteristiche della società.

    Il Garante trasforma queste necessità in diritti effettivi, tutelati dalla legge.

    Il ruolo fondamentale dell’informazione e della tecnologia

    Il digitale ha un potere enorme: può aprire porte o trasformarsi in una barriera invisibile.
    Quando l’informazione è accessibile e i contenuti sono costruiti con attenzione, diventano strumenti di autonomia, non di esclusione.

    Parlare di disabilità in modo chiaro, competente e rispettoso non serve a creare pietismo, ma consapevolezza — quella che cambia davvero le cose.

    Guardare oltre le etichette

    La Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità ci ricorda che:

    • non esiste inclusione senza ascolto;
    • non esiste accessibilità senza progettazione;
    • non esiste progresso senza pari opportunità.

    L’istituzione del Garante rappresenta un impegno formale dello Stato, ma la responsabilità resta anche personale: ognuno di noi può contribuire scegliendo un linguaggio rispettoso, prestando attenzione, promuovendo gesti concreti nei contesti che vive ogni giorno — scuola, lavoro, web, comunità locale.

    Uno sguardo al futuro L’inclusione è un percorso continuo.

    Ogni anno questa Giornata ci invita a riconoscere i progressi e a guardare con onestà ciò che manca.

    Con il Garante in attività, aumentano le opportunità di tutela, partecipazione e rappresentanza.
    Per chi vive la disabilità ogni giorno, questo significa più visibilità, ma soprattutto garanzie reali, sanzioni contro le discriminazioni e strumenti concreti di protezione.

    Costruire una società accessibile e giusta significa costruire una società più umana.
    Ed è una responsabilità che riguarda tutti noi: non è la battaglia di una categoria, ma un progetto comune.

  • Come comportarsi con una persona cieca: guida empatica per relazioni autentiche

    Immagina di entrare in una stanza piena di voci, passi, oggetti che si muovono, e di non poter contare sulla vista per interpretare tutto ciò che succede. Questo è ciò che vivono quotidianamente milioni di persone cieche o ipovedenti. Ma con piccoli gesti, con parole semplici ma potenti, si può costruire un ponte verso un’interazione autentica, rispettosa e profondamente umana.

    Il potere di un semplice “Ciao”

    Dire “Ciao” non è solo un saluto. Per chi non vede, è un faro nella nebbia. È il segnale che ci dice: “Sono qui, ti vedo, ti riconosco”. Capita spesso, a noi ciechi, di non sapere se qualcuno si stia rivolgendo a noi, specialmente in luoghi affollati o caotici. Un saluto detto a voce alta, rivolto direttamente, può cambiare tutto. È l’equivalente di uno sguardo, di un sorriso visivo. È accoglienza.

    Presentati con la voce: chi sei?

    Per chi vede, riconoscere qualcuno è spesso questione di un attimo: un volto, un abito, una postura. Ma per noi ciechi, la voce è la chiave. E non sempre basta. Perché se non ci dici chi sei, noi non possiamo sapere con chi stiamo parlando. Quando ti presenti dicendo: “Ciao, sono Luca, il tuo fisioterapista” o “Ciao, sono Laura, ci siamo conosciuti ieri al corso”, stai facendo molto di più di una semplice presentazione. Stai offrendo contesto, sicurezza, orientamento. Stai creando una relazione vera.

    La voce non sempre basta: aiutaci a riconoscerti

    Una delle esperienze più imbarazzanti per noi ciechi è non riconoscere una voce familiare. Succede. Anche se quella voce la conosciamo bene, può essere distorta dai rumori dell’ambiente, dalla confusione, dalle distrazioni. È frustrante. E a volte lo è anche per chi ci parla. Ma se aggiungi una piccola frase, tutto diventa più semplice: “Ciao Vabax, sono Marco, ci siamo incontrati all’evento di sabato.” Quella frase è come un abbraccio: ci dice che ci capisci, che vuoi metterci a nostro agio.

    Non essere una presenza silenziosa: fa paura

    Ti è mai capitato di sentire qualcuno vicino, ma non sapere chi è, cosa vuole, perché è lì? A noi ciechi succede spesso. E non è solo fastidioso, è destabilizzante. L’assenza di segnali vocali può farci sentire esposti, vulnerabili. Non possiamo leggere il linguaggio del corpo, non possiamo interpretare uno sguardo o un gesto. Un semplice “Ciao, sono qui con te” può trasformare quella sensazione di ansia in un momento di normalità.

    I gesti devono essere annunciati: spiegaci cosa stai facendo

    Molte volte ci capita che qualcuno ci porga la mano per stringerla… ma noi non lo sappiamo. E restiamo lì, immobili, senza ricambiare. Non perché siamo maleducati, ma perché non abbiamo visto quel gesto. Il risultato? Imbarazzo, da entrambe le parti. Allora, se vuoi stringerci la mano, basta dire: “Ti sto porgendo la mano, posso stringertela?”. È una frase semplice, ma che cambia tutto. Ci mette sullo stesso piano, ci rende partecipi.

    Non andartene senza dire nulla

    Questa è forse una delle situazioni più assurde ma comuni. Tu vai via, ma non lo dici. E noi continuiamo a parlare… con il vuoto. Ci è successo a tutti, e fa male. Non solo ci si sente sciocchi, ma si perde anche fiducia in quell’interazione. Dire “Ti saluto, devo andare” è rispetto. È chiusura. È presenza anche nel congedo.

    Non è solo difficile per noi: lo è anche per voi

    Ecco una verità che spesso non si dice: non è facile nemmeno per chi ci sta davanti. Non tutti sanno come comportarsi con una persona cieca. E va bene così. Non c’è da vergognarsi se si sbaglia. Ciò che conta è voler imparare, voler capire. Perché l’inclusione non nasce dalla perfezione, ma dall’ascolto reciproco. Dalla volontà di incontrarsi, anche se su strade diverse.

    Per concludere

    Essere ciechi non cambia chi siamo. Cambia solo il modo in cui ci muoviamo nel mondo. E quel mondo può diventare un posto più umano se ciascuno, con gesti semplici e parole autentiche, decide di renderlo accessibile.

    Dire “Ciao”, presentarsi, spiegare i propri gesti, salutare alla fine… non sono accorgimenti speciali. Sono atti di umanità. Sono la base per un dialogo vero, per un’inclusione che non sia fatta di slogan, ma di realtà.

    “Perché l’inclusione non è un favore. È un diritto. È una forma di amore.”


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