Una persona cieca può essere il compagno con cui andare a bere qualcosa, ridere fino a tardi e condividere le proprie passioni. Eppure, a volte, la disabilità basta a far nascere dubbi e timori ancora prima che un rapporto abbia la possibilità di cominciare. È da qui che dovremmo ripartire.
C’è una cosa di cui parliamo poco quando affrontiamo il tema della disabilità: le amicizie che non nascono.
Siamo abituati a parlare di barriere architettoniche, accessibilità, diritti, partecipazione e inclusione. Sono temi fondamentali, perché una società accessibile è una società nella quale tutti devono poter vivere, muoversi e partecipare con la maggiore autonomia possibile.
Ma esiste un’altra barriera. Non si vede, non si misura in centimetri e non si abbatte installando una rampa o aggiornando un sito web.
È quella che può formarsi nella mente di una persona quando, ancora prima di conoscere qualcuno, comincia a pensare che frequentarlo sarà complicato.
E se diventassimo amici? Come farei quando usciamo? Dovrei aiutarlo continuamente? Potremmo divertirci come faccio con gli altri? E i miei amici, come reagirebbero?
Sono domande che qualcuno potrebbe porsi, soprattutto quando è giovane e non ha mai avuto molte occasioni di conoscere da vicino una persona con disabilità. Non necessariamente c’è cattiveria. A volte c’è inesperienza, altre volte imbarazzo, paura di sbagliare o semplicemente un pregiudizio che non si è mai avuto motivo di mettere in discussione.
Il problema arriva quando queste domande diventano già delle risposte. Quando la paura di una difficoltà ancora inesistente prende il posto della curiosità. Quando, senza averci nemmeno provato, si decide che quell’amicizia sarebbe troppo complicata.
E così, qualche volta, una persona viene esclusa prima ancora di essere conosciuta.
Un’amicizia che sembra più complicata di quanto sia
Quando una persona vedente incontra qualcuno che non vede, soprattutto se non ha mai avuto rapporti stretti con persone cieche, può non sapere come comportarsi. È comprensibile: non si conosce ciò che non si è mai sperimentato, e il timore di sbagliare può mettere a disagio.
Il problema arriva quando l’incertezza si trasforma in una serie di supposizioni.
Se diventiamo amici, dovrò accompagnarlo ogni volta? Come faremo quando usciremo con gli altri? Potremo andare negli stessi posti? Dovrò rinunciare a qualcosa per stargli vicino?
Forse queste domande non vengono formulate nemmeno consapevolmente. Eppure, possono influenzare le scelte: si finisce per non proporre un’uscita, per mantenere le distanze o per lasciare un rapporto confinato alle ore di scuola.
Il paradosso è che molte di queste preoccupazioni potrebbero ridimensionarsi semplicemente conoscendo la persona.
Una persona cieca può uscire a bere un aperitivo, andare a una festa, scherzare con gli amici e trascorrere una serata senza che la disabilità diventi necessariamente il centro dell’attenzione. Alcune attività richiederanno accorgimenti, altre potranno svolgersi senza particolari difficoltà. Quando servirà organizzarsi diversamente, ci si potrà parlare, come succede in qualsiasi rapporto.
Non è necessario fingere che le differenze non esistano. Basta non trasformarle in problemi immaginari prima ancora di averli incontrati.
E poi c’è un aspetto che spesso viene dimenticato: anche un’amicizia tra persone non disabili richiede attenzione, disponibilità e qualche compromesso. Si cambiano programmi, si ascoltano i problemi dell’altro, si dà una mano quando serve. Nessuno considera automaticamente tutto questo un sacrificio straordinario.
Perché dovrebbe esserlo quando un amico è cieco?
Quando il problema è il giudizio degli altri
C’è una possibilità più scomoda da riconoscere: qualche volta, dietro la distanza, può esserci anche la vergogna.
La paura di essere giudicati dai propri amici, di ricevere domande, di sentirsi osservati o di non sapere come gestire una situazione può influenzare il comportamento di un ragazzo. Non sempre si tratta di un atteggiamento deliberatamente cattivo. Soprattutto durante l’adolescenza, il bisogno di sentirsi accettati dal gruppo può pesare molto sulle scelte personali.
Ma le conseguenze possono essere dolorose anche quando non c’è l’intenzione di ferire.
Non invitare qualcuno può sembrare una cosa da poco a chi prende quella decisione. Per chi rimane fuori, invece, può significare chiedersi perché gli altri si vedano al di fuori della scuola mentre lui non venga mai coinvolto. Può significare sentirsi parte della classe durante le lezioni, ma non del gruppo quando comincia il tempo libero.
Non possiamo conoscere le motivazioni di ogni persona, e non sarebbe giusto accusare indistintamente i ragazzi di essere prevenuti. Tuttavia, è importante riconoscere che il pregiudizio non si manifesta soltanto attraverso parole offensive o gesti apertamente discriminatori. A volte agisce in modo più silenzioso, influenzando le occasioni che scegliamo di offrire agli altri.
Forse nessuno pensa esplicitamente: «Non voglio essere visto con una persona disabile». Eppure, la paura del giudizio può portare a comportarsi come se fosse proprio questo il problema.
Vale la pena domandarsi quanto spesso lasciamo che le aspettative degli altri decidano al posto nostro, persino quando si tratta di scegliere con chi trascorrere una serata.
Un amico non è un eroe
Quando, invece, l’amicizia tra una persona vedente e una persona cieca nasce e diventa visibile, può entrare in gioco un altro pregiudizio.
Il vedente viene elogiato perché accompagna l’amico, lo coinvolge nelle proprie attività o gli offre una mano. Diventa una persona speciale, quasi un eroe della quotidianità. Il cieco, invece, rischia di essere descritto soltanto come colui che riceve aiuto.
Magari chi fa questi complimenti vuole semplicemente esprimere apprezzamento. Ma vale la pena chiedersi perché un’amicizia del genere debba essere considerata un gesto straordinario.
Se due persone si frequentano perché si trovano bene, condividono interessi e hanno piacere di stare insieme, non c’è bisogno di attribuire all’una il ruolo del benefattore e all’altra quello del beneficiario.
Un amico può aiutare. Può descrivere ciò che si trova intorno, dare un’indicazione o offrire sostegno quando serve. Ma può anche ascoltare, consigliare, far ridere e condividere le proprie esperienze. Non deve dimostrare continuamente di essere utile per meritare la presenza dell’altro.
L’amicizia non è una contabilità nella quale ciascuno deve restituire esattamente ciò che riceve. A volte una persona ha bisogno di più sostegno, altre volte è l’altra ad attraversare un momento difficile. La reciprocità non richiede che entrambi facciano le stesse cose.
E soprattutto, l’aiuto non trasforma automaticamente una relazione in assistenzialismo. Può essere semplicemente una delle tante cose che accadono tra due persone che si vogliono bene.
Non basta parlare di inclusione
La scuola può fare molto per cambiare questo modo di pensare, ma non soltanto attraverso le spiegazioni sull’accessibilità o le giornate dedicate alla disabilità.
Servirebbe anche un’educazione alle relazioni: uno spazio nel quale imparare a riconoscere i propri pregiudizi, a gestire l’imbarazzo e a capire quanto le idee che ci formiamo sugli altri possano influenzare il nostro comportamento.
Non per insegnare ai ragazzi che devono diventare amici delle persone disabili. L’amicizia non si può imporre e nessuno dovrebbe frequentare qualcuno per sentirsi una brava persona.
Piuttosto, per aiutarli a distinguere tra la mancanza di affinità e la paura di una relazione che non hanno mai sperimentato.
Un ragazzo potrebbe scoprire che non ha molto in comune con un compagno cieco. È una possibilità del tutto normale. Un altro potrebbe trovare in lui una persona con cui condividere passioni, risate e momenti importanti. Anche questo dovrebbe essere altrettanto normale.
La differenza è che, per scoprirlo, bisogna avere la possibilità di conoscersi.
E qui il significato dell’inclusione merita una riflessione. È un concetto indispensabile finché esistono barriere che impediscono alle persone di partecipare pienamente alla società. Ma non dovrebbe tradursi in una distinzione permanente tra chi accoglie e chi viene accolto.
Il traguardo è una realtà in cui la presenza di una persona disabile non venga considerata automaticamente un problema da gestire o un’occasione per compiere una buona azione. Una realtà in cui le differenze siano riconosciute quando contano, senza diventare l’unico criterio attraverso cui giudicare una persona.
Per arrivarci, non basta insegnare come comportarsi quando una persona disabile è già parte del gruppo. Bisogna anche interrogarsi su ciò che impedisce, qualche volta, a quel gruppo di invitarla.
Prima di tutto, persone
Una persona cieca non è soltanto la sua cecità. Ha gusti, passioni, opinioni, difetti, ambizioni e un carattere che non può essere dedotto dalla sua condizione. Può essere simpatica oppure antipatica, timida oppure estroversa, appassionata di tecnologia o del tutto disinteressata. Può diventare una presenza importante nella vita di qualcuno, oppure rimanere una semplice conoscenza.
Esattamente come chiunque altro.
Questo non significa ignorare le difficoltà che la disabilità può comportare. Significa non permettere che quelle difficoltà occupino tutto lo spazio, fino a rendere invisibile la persona.
Forse è proprio qui che dovremmo cambiare prospettiva. Invece di domandarci quanto possa essere complicato diventare amici di una persona cieca, potremmo iniziare col chiederci chi sia quella persona, che cosa ci accomuni e se ci fa piacere trascorrere del tempo insieme.
Non tutte le conoscenze diventeranno amicizie. Non tutti gli inviti porteranno a un legame duraturo. Ma non è questo il punto.
Il punto è lasciare che siano le persone, con le loro affinità e incompatibilità, a scoprire che cosa può nascere tra loro.
A volte tutto comincia con una domanda semplice: «Stasera usciamo, vieni anche tu?».
Per chi la pronuncia, può essere soltanto un invito. Per chi non riceve quasi mai proposte del genere, può significare scoprire che qualcuno ha pensato a lui anche quando non era obbligato a farlo.
Non per pietà, non per dovere e nemmeno per dimostrare qualcosa agli altri. Semplicemente perché gli fa piacere averlo con sé.
Non possiamo pretendere che tutti diventino nostri amici. Possiamo però sperare in una società nella quale la disabilità non venga trasformata, prima ancora di conoscersi, in un motivo per escludere qualcuno.
Una società in cui non ci sia bisogno di celebrare una persona vedente perché è amica di una persona cieca, né di ricordare continuamente a quest’ultima quanto sia fortunata ad avere qualcuno accanto.
Perché uscire, ridere, bere qualcosa e condividere la vita non sono privilegi riservati a chi non ha una disabilità. Sono esperienze umane, e ciascuno dovrebbe poterle vivere con le persone con cui si trova bene.
Forse l’inclusione di cui abbiamo più bisogno comincia anche da qui: non da un obbligo di accogliere tutti, ma dalla disponibilità a conoscere qualcuno prima di decidere che non c’è posto per lui.
E, qualche volta, da un invito che finalmente arriva.

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